Un progetto musicale nato dall’incontro online di un piccolo gruppo di artiste è diventato un album completo che riunisce interpreti donne da tutto il mondo. Flow è incentrato sull’acqua e mira a usare la musica e l’arte per avvicinare il pubblico alla crisi climatica, andando oltre ciò che le sole statistiche possono trasmettere.
Questo mese il collettivo parteciperà alla COP31 in Turchia, con un’esibizione all’evento di apertura organizzato da Global Cultural Action. La responsabile del progetto Flow, Nikita Llerena, racconta che l’idea ha preso slancio dopo che, al vertice sul clima dello scorso anno in Brasile, un funzionario delle Nazioni Unite si è commosso ascoltando cinque donne cantare dell’acqua.
L’album comprende Charlotte Church, Nadine Shah e l’attrice Maxine Peake ed è coprodotto dalla vincitrice di un Grammy Jennifer Decilveo. Le partecipanti hanno radici in paesi tra cui Bangladesh, Canada, Regno Unito, India e Brasile. Shingai, del gruppo Noisettes, canta in shona e attinge alle proprie origini zimbabwesi per affrontare il tema della tutela ambientale.
Il contributo di Church, «My Mother, the Ocean», inizia come un brano meditativo sull’acqua, prima di trasformarsi in elettropop distorto. Church descrive la musica come un mezzo per aiutare le persone a entrare in contatto emotivo con ciò che sta accadendo, compresi il dolore e la paura legati alla perdita ambientale.
Flow sarà presente anche in un documentario sulle donne in prima linea nella crisi climatica. Una di loro è Márcia Mura, insegnante indigena dell’Amazzonia brasiliana. Ricorda che da bambina poteva bere dal fiume Madeira; oggi, dice, la regione è stata danneggiata da gravi inondazioni e siccità, aggravate dalle dighe e dall’inquinamento.
Mura afferma che le popolazioni indigene, in particolare le donne, devono poter parlare in prima persona nei progetti che riguardano le loro comunità. Ha contribuito a fondare il Mura Collective, che riunisce donne provenienti da territori diversi per condividere risorse e proteggere le acque locali. «Quando proteggiamo il fiume, proteggiamo le nostre vite», dice.
L’album si conclude con un brano di spoken word scritto e interpretato da Peake. Racconta di una donna che attinge al legame ancestrale con l’acqua per difendere la sponda del suo fiume dallo sviluppo aziendale. Peake spera che il progetto aiuti le persone a sentirsi meno impotenti e le incoraggi ad agire, un passo alla volta.
Fonti: The Guardian Music.