Almudena Ariza ha trasformato in una graphic novel, insieme all’artista Fermín Solís, le storie raccolte durante oltre due anni di reportage da Gerusalemme. «Vidas con nombre. Historias reales de Gaza y Cisjordania», pubblicato da Salamandra Graphic, riunisce 35 testimonianze di persone che vivono tra bombardamenti, occupazione e repressione.
Ariza, corrispondente della televisione pubblica spagnola TVE, è arrivata in Israele nel 2023 dopo aver seguito la guerra in Ucraina. Racconta che inizialmente ha assistito al dolore della società israeliana dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, e che in seguito ha compreso che le radici del conflitto risalivano a molto prima. Per i suoi reportage su Gaza si è affidata a fonti fidate, perché ai giornalisti era vietato entrare nel territorio.
Una delle fonti principali è stato il medico spagnolo Raúl Incertis, i cui resoconti, fotografie, video e messaggi audio documentavano la vita quotidiana a Gaza. In seguito, Ariza e Incertis hanno lavorato insieme al podcast «Vivir y morir en Gaza». L’esperienza del medico è tra le storie raccontate nel libro.
Tra le testimonianze ci sono quelle del fotografo Yahya Barzaq, passato dal fotografare i bambini al documentarne i corpi; di Yaqeen, una bambina di 11 anni che ha condiviso messaggi di speranza prima di essere uccisa; e del medico Alaa al-Najjar, che ha perso nove figli in un solo giorno. Altri capitoli descrivono la vita in Cisgiordania, tra uccisioni di bambini, espropri di case e attacchi agli operatori sanitari.
Il libro esamina anche le esperienze all’interno della società israeliana. Un capitolo segue il docente Meir Baruchin, che ha criticato gli abusi ed è stato trattato da traditore, brevemente incarcerato e rimosso definitivamente dall’insegnamento, secondo quanto racconta Ariza. Lei afferma che i suoi reportage hanno suscitato forti pressioni e tentativi di screditarla. «Mi volevano la testa perché facevo giornalismo», ha detto.
Ariza dichiara che il suo obiettivo è raccontare con attenzione e precisione, e sostiene che documentare le violazioni dei diritti umani non può essere separato dall’affrontare l’ingiustizia. Descrive inoltre il peso emotivo del materiale, compresa la difficoltà di decidere quando usare la parola «genocidio».
Solís e Ariza non avevano mai lavorato insieme prima nei rispettivi ruoli di artista e scrittrice. Hanno scelto capitoli brevi, incentrati sulle persone protagoniste delle storie anziché sulla vita quotidiana di Ariza. Solís ha adottato uno stile di disegno più realistico rispetto al suo consueto approccio da fumettista, ricorrendo però a una palette di colori vivaci, pensata per rendere il libro accessibile ai lettori più giovani. Ha detto che lavorare su questo materiale è stato difficile e che le immagini dei bambini morti gli sono rimaste impresse.
Fonti: El País Cultura.