“Faust. Fait, non dit” di Romeo Castellucci riprende la prima parte del “Faust” di Johann Wolfgang von Goethe, pubblicata nel 1808, attraverso una produzione enigmatica e radicalmente visiva al Théâtre de l’Europe dell’Odéon di Parigi. Lo spettacolo abbandona in gran parte il dialogo convenzionale, creando un mondo desolato in cui il linguaggio si riduce a grida frammentarie.
La produzione comincia dietro una tenda di plastica grigia e si sviluppa in un paesaggio quasi privo di colori e attenuato. Un erudito emaciato, Marguerite — la donna che ha abbandonato — e Mefistofele, raffigurato come un clown dal volto bianco e un cane randagio, si muovono attraverso questo scenario desolato.
Castellucci, che da tempo utilizza le immagini sceniche per creare un linguaggio teatrale alternativo, pone il fallimento della parola al centro di quest’opera. La produzione mette inoltre in discussione il valore di una tradizione intellettuale ritenuta civilizzatrice, evocando attraverso una voce registrata figure tra cui Confucio, Nietzsche, Socrate, Heidegger, Hannah Arendt, Sant’Agostino, Spinoza e Platone.
Faust è interpretato dall’attore Gérard Bayle, di 92 anni. Durante la recitazione di questi nomi, si tiene la testa tra le mani e piange. Sebbene l’erudito abbia assimilato un’immensa quantità di conoscenze, il gesto suggerisce che non gli sia rimasto nulla di tangibile. Ciò che sopravvive è invece un desiderio regressivo di affetto, espresso attraverso la supplica di ascoltare ancora parole d’amore e tenerezza.
Il risultato è un requiem cupo e divisivo fatto di immagini e suoni. Il suo vuoto illuminato al neon reprime l’emozione, trasformando al contempo il palcoscenico in una meditazione austera sui limiti della conoscenza, del linguaggio e del pensiero.
Fonti: Le Monde Culture.