Per poco più di un’ora, gli interpreti di «Dodô» prestano la voce e il corpo a brevi scene familiari eppure strane. Lo spettacolo corale e frammentario costruisce e rimodella un linguaggio essenziale ma fragile, spesso compromesso o difficile da raggiungere.
Le scene nascono da impasse, frammenti di memoria e significati interrotti, e si interrogano sul rapporto tra identità, memoria e parola. Tutti gli attori sono affetti da afasia, una condizione degenerativa che compromette le capacità cognitive, e fanno parte di Ser em Cena, un progetto teatrale attivo dal 2002. L’opera va oltre l’ambito terapeutico e si serve delle esperienze degli interpreti per dare forma a un’esplorazione artistica del linguaggio.
Diretto da Elisa Band e Nicholas Wahba, «Dodô» attinge all’universo estetico e filosofico di Samuel Beckett. L’azione essenziale e i frammenti di dialogo conquistati a fatica si stagliano sullo sfondo del buio e del silenzio, mentre parole e movimenti degli interpreti sono disposti con notevole precisione.
L’influenza di Beckett emerge negli antieroi, nelle routine, nelle conversazioni vuote e nella resistenza ad andare avanti che caratterizzano lo spettacolo. La ripetizione si affianca all’improvvisazione, l’immobilità lascia spazio al movimento e le espressioni familiari si trasformano in forme comiche e inquietanti. Il risultato lascia spazio anche a corpi coreografati, paesaggi sonori distintivi e immagini di grande impatto.
La messinscena alterna pause silenziose e discorsi rapidi, ricorrendo a monologhi accelerati, sequenze di voci e movimenti senza parole. A tratti, la comicità fisica evoca il rapporto tra il teatro di Beckett e il cinema muto. Il ritmo, gestito con cura, concede spazio a ogni interprete e al tempo stesso rivela un dramma condiviso.
«Dodô», un nome che rimanda a Didi e Gogo, i protagonisti di «Aspettando Godot», emoziona senza indulgere nel facile sentimentalismo né impartire lezioni. Le sue scene riflettono su cosa significhi essere fatti di parole e su cosa accada quando quelle parole vengono meno. La forza emotiva dello spettacolo deriva non solo da ciò che viene detto, ma anche dallo sforzo di parlare e dai silenzi che lo circondano.
Fonti: Folha Ilustrada.
